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«Alla periferia dell’Europa sta aumentando la probabilità di conflitti armati»

Nel suo nuovo rapporto sulla situazione di minaccia determinante per la Svizzera, il Consiglio federale constata un notevole potenziale di conflitto militare in molti conflitti regionali. La signora Paelvi Pulli, capo del settore Politica di sicurezza del DDPS, ci fornisce alcuni ragguagli in merito.

27.08.2020 | Comunicazione DDPS, Marco Zwahlen

Paelvi Pulli, capo del settore Politica di sicurezza del DDPS
Paelvi Pulli, capo del settore Politica di sicurezza del DDPS. Foto: Keystone-ATS


Come valuta l’attuale situazione internazionale?

Negli ultimi anni la situazione di minaccia non è mutata radicalmente, ma si è inasprita: conflitti e tensioni regionali sono diventati più probabili, anche nelle zone periferiche del continente europeo. Il potenziale di conflitto è accresciuto dalle crescenti rivalità tra le grandi potenze e le forze regionali emergenti. Le divergenze vengono tendenzialmente gestite al di fuori delle norme riconosciute dal diritto internazionale. Cina e Russia hanno adottato un atteggiamento più risoluto; l’escalation dei conflitti e il confronto diretto sono sempre più spesso messi in conto come possibili esiti. A ciò si aggiunge il deterioramento dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti. Washington si distanzia dalle alleanze, dalle organizzazioni internazionali e dagli accordi convenuti e ridefinisce le sue priorità. Tali sviluppi vanno a scapito dei tradizionali accordi internazionali in materia di sicurezza. È quanto abbiamo osservato, per esempio, nell’ambito del controllo degli armamenti: il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF) è stato abbandonato e altri trattati internazionali potrebbero fare la stessa fine. L’accordo nucleare con l’Iran è stato indebolito.

La NATO è attualmente alle prese con problemi interni

A causa del comportamento di alcuni alleati, sono sorti recentemente dei dubbi sul valore effettivo della clausola di mutua assistenza in seno alla NATO. Le tensioni interne all’alleanza distolgono energie, ma nel suo complesso la NATO è tuttora efficiente e sta rafforzando le sue capacità di difesa collettiva e di protezione dai ciberattacchi. D’altro canto, le tensioni transatlantiche potrebbero rafforzare la coesione tra gli Stati dell’UE e indurli a intensificare i loro sforzi a livello di politica di sicurezza e di difesa. Nonostante le difficoltà riscontrate nella costruzione del consenso tra gli Stati membri, l’UE intende affermarsi quale attore indipendente a livello di politica di sicurezza e, ad esempio, sostenere Stati ancora fragili nella lotta al terrorismo. Ciò è senz’altro nell’interesse della Svizzera.

Le minacce sono cambiate nel corso di tali sviluppi?

È aumentata la varietà delle minacce ed è più difficile mantenere una visione d’insieme. Le minacce tradizionali, quali l’insorgere di conflitti armati, sono più probabili che in passato. Le nuove forme di minaccia quali il terrorismo o i ciberattacchi si sono aggiunte a quelle consuete e sono ben concrete. Le modalità di condotta dei conflitti armati stanno evolvendo e i confini tra guerra e pace sono sempre meno chiari. Le nuove tecnologie mettono a disposizione sistemi d’arma moderni e potenti senza che le politiche di controllo degli armamenti riescano a mantenere il passo.

L’aperta conflittualità a livello internazionale ha ripercussioni dirette sulla Svizzera?

Sì, anche la Svizzera non è risparmiata dagli sviluppi negativi. La tendenza a non rispettare le regole e le norme internazionali, ad esempio, non è nell’interesse di un Paese di piccole dimensioni, indipendente e privo di alleanze difensive. I conflitti incrementano la minaccia terroristica in Europa e, pertanto, anche in Svizzera. L’impiego dei rifugiati come mezzo di pressione politica è pregiudizievole anche per il nostro Paese. Anche le infrastrutture critiche svizzere possono essere prese di mira – si pensi al Laboratorio Spiez – e anche le nostre catene di approvvigionamento possono essere perturbate da conflitti internazionali. La Svizzera non può contare sul fatto che, in quanto Stato neutrale, venga sempre risparmiata dai conflitti e che la sua sicurezza sia garantita da altri. Per questo motivo il nostro Paese deve urgentemente mantenere aggiornati i propri strumenti, orientarli all’evoluzione dei conflitti e investire abbastanza risorse nella loro modernizzazione.

Quali sono le implicazioni per l’esercito?

L’esercito continuerà ad essere orientato alle attuali e alle nuove minacce. Nel settore della ciberdifesa investiamo nella protezione delle reti dell’esercito e rafforziamo le capacità di protezione dai ciberattacchi. L’esercito deve inoltre essere in grado di appoggiare in via sussidiaria i gestori di infrastrutture critiche nella gestione di eventi. Le nostre priorità sono chiare anche per quanto riguarda le truppe di terra: abbiamo bisogno di truppe impiegabili in maniera flessibile, più mobili, più leggere e, per quanto possibile, equipaggiate uniformemente, per poter essere impiegate in maniera modulare. La capacità di appoggiare le autorità civili e di operare in un contesto impegnativo è di primaria importanza. Non possiamo permetterci di orientare l’esercito a un unico scopo dopo un evento particolare, per poi essere di nuovo sopresi da altri eventi inaspettati. Una capacità soppressa non può essere ricostituita in poco tempo. Per questo motivo l’esercito dovrà essere orientato anche in futuro a un’ampia gamma di impieghi, poiché svolge un ruolo importante in rapporto a quasi tutti i tipi di minacce e pericoli: dalle catastrofi naturali alle pandemie, dai compiti di protezione e di sicurezza fino al caso estremo della difesa del Paese e della popolazione.

Perché tra dieci anni la Svizzera avrà ancora bisogno di aerei da combattimento?

Le minacce tradizionali sono tuttora un fattore determinante e i motivi che spingono a rinnovare la difesa aerea sono sempre di attualità. La Svizzera deve essere in grado di sorvegliare il suo spazio aereo quotidianamente e con mezzi propri, di proteggerlo in caso di tensioni nel nostro contesto e di difendere il Paese e la popolazione in caso estremo. La flotta attuale sta per raggiungere il limite della sua durata di utilizzazione e non ci sono alternative all’impiego di aerei da combattimento. I recenti sviluppi lo confermano: le tensioni aumentano, anche in Europa. I nuovi aerei da combattimento potranno volare per 30–40 anni: durante tale periodo dovremo essere pronti ad affrontare anche uno scenario di maggiori tensioni. Agire altrimenti sarebbe irresponsabile. Non è un caso se attualmente anche molti altri Stati europei stanno procedendo all’acquisto di nuovi aerei da combattimento.